Lady d’acciaio e le sue vittime.

Alessandra Valentini
da La Rinascita della Sinistra del 10 luglio 2008

«Imprenditori poveri di un’azienda ricca»: è il motto che campeggia sulla residenza della famiglia Marcegalia a Gazoldo degli Ippoliti, un motto che fa sorridere o arrabbiare se pensiamo che l’azienda fondata da Steno Marcegaglia nel 1959 per l’anno 2006 ha registrato un fatturato di 3.460 milioni di euro. L’azienda di famiglia della presidente di Confindustria, si occupa principalmente della trasformazione dell’acciaio, attività cui sono dedicati i 30 stabilimenti sparsi in tutta Italia, ma nel corso degli anni si è affacciata anche al settore immobiliare e turistico. Oltre 6000 sono i dipendenti impiegati. Lo stabilimento di Gazoldo è illuogo da cui batte il cuore dell’azienda ma quello di Ravenna è divenuto il polo logistico di tutta la produzione. Dal Nord l’impresa degli “imprenditori poveri” si è espansa in tutta Italia con stabilimenti a Budrio (Bo), Boretto (RE), Taranto, Cutro (kr), Potenza. Per quanto riguarda l’acciaio e prodotti in metallo non c’è oggetto che la Marcegaglia non produca: dai tubi alle lamiere, acciaio inox ed elettrodomestici, elettronica industriale, serpentine, ponteggi, pannelli, container. Ma non è tutto oro – in questo caso acciaio – quel che luccica, e lo sanno bene i lavoratori, che pagano sulla loro pelle la mancanza di sicurezza. Non è la voglia di fare polemica o di dire che i padroni sono sempre cattivi, però l’azienda della presidentessa di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha un record negativo per quanto riguarda proprio gli infortuni e morti sul lavoro e questo la dice lunga sul come gli industriali scelgano i propri rappresentanti. Nel discorso di insediamento Emma ha subito precisato che bisognava chiedere al governo di rivedere il Testo Unico, troppe sanzioni, troppi controlli! E queste parole ha il coraggio di pronunciarle il 21 maggio, giorno della sua investitura ufficiale alla presidenza di Confindustria, a pochissime ore dall’infortunio mortale avvenuto il giorno prima nello stabilimento Marcegaglia di Casalmaggiore, dove ha perso la vita Mario Di Girolamo, operaio di 32 anni, travolto e schiacciato da un pacco di tubi di acciaio. Ma questo è solo uno, tra i più gravi, degli incidenti sul lavoro avvenuti negli stabilimenti di lady d’acciaio.
Nel 2006 a Taranto un incidente grave ha coinvolto un operaio di 31 anni, assunto da soli due giorni; nel marzo del 2007, nello stabilimento di Boltiere ancora un infortunio molto grave. Ma per ritornare al 2008, in soli due mesi registriamo ben quattro incidenti, tra cui quello mortale di Casalmaggiore. Il 10 giugno alla Marcegaglia di Ravenna, il super stabilimento, un giovane operaio è rimasto gravemente ferito; il giorno dopo sempre nello stesso stabilimento un altro operaio di 44 anni è stato schiacciato da un coil d’acciaio. E per fortuna che si trattava dello stabilimento di punta dell’azienda! Evidentemente tutti gli investimenti ed i fatturati da capogiro non hanno riguardato la sicurezza e la tutela dei lavoratori. Sempre a giugno, il 20, un incidente si è verificato nello stabilimento di Gazoldo degli Ippoliti.
Non è un volersi accanire nei confronti della Marcegaglia – sia Emma che azienda – ma rilevare quello che accade in un’azienda che è tra i “fiori all’occhiello” della produzione italiana, leader in Europa per la trasformazione dell’acciaio, ci fa capire come viene considerata e trattata la sicurezza sul lavoro da parte dei “nostri” imprenditori, “poveri e illuminati”. La sicurezza non è considerata un valore assoluto, bensì come sicurezza relativa, e la sua relatività è dettata dai costi, dalle condizioni contrattuali di chi lavora, dagli straordinari, dal ruolo di controllo che possono o non possono svolgere i lavoratori.

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